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Scalpellino
Staccare la roccia dalle pareti per poi tagliarla e sagomarla ed infine
scolpirla, risiede tra le prime arti imparate dall'uomo. La pietra è dura e
ostile, ma nello stesso tempo modellabile e preziosa. Utile risorsa per
costruire dimore che sembrano eterne. Poi le abbellisce e le fa diventare case,
palazzi, castelli e città, consone alle circostanze e culture della gente del
luogo dove è stata impiegata. Lavorarla vuol dire conoscerla e dominarla.
Faticosa e pesante come la vita, sul più bello si può spezzare. Lo scalpellino
sa quanto sia dura la vita e gratificante guardare quel che faticosamente ha
conquistato.
Il mestiere dello scalpellino è stato fin dall’antichità sottovalutato:
"Scultore senza arte", operaio di cava che taglia la pietra e la lavora con le
punte e lo scalpello per costruire opere in serie. L'unica capacità che gli è
sempre stata attribuita è quella di conoscere il materiale che trasforma. Sapere
dove segnare per fare le "Cognare", per poi battere i "Ponciotti", per tagliarla
nel modo voluto. Il taglio "trincante" o di "spalla" deve seguire le venature e
lo scalpellino osserva bene la pietra prima di lavorarla! Non solo questo sa
fare e le numerose piazze, palazzi e monumenti, costruiti con l'uso di pietre
locali o importate, ne sono la testimonianza. Le sue opere sono spesso anonime.
Osservandole però con sensibilità, si possono immaginare le fatiche di chi ha
dovuto lottare contro la natura ostile se doveva fornirgli, attraverso questo
mestiere, il necessario per il sostentamento della propria famiglia. Se lo
scalpellino si dedica a lavori artistici che non siano solo di sagomatura o di
preparazione di selciati per le piazze e cordonate per i viali, sa di aver
acquisito l'arte, di aver cresciuto i figli e di non dover più produrre per la
sola necessità economica. Allora i suoi nuovi lavori saranno pozzi,
fontane, colonne e pilastri,
camini, archi con i listelli scalpellati
a mano e gli spigoli diritti, emblemi di famiglia muri a facciavista dove ogni
pietra posata raccoglie l’arte della sagomatura. Il “traguardo”, non è solo una
meta, ma anche la capacità in gergo di lavorare la pietra grezza in maniera
ordinata e precisa. La malta di cemento o calce sarà poca e servirà solo per
costruire una “fuga” regolare perché “L’opus incertum” avrà l’eleganza che la
storia gli riserva.
Arnesi dello scalpellino
Fino a trent'anni fa, arrivando nelle vicinanze di una cava, si udiva come suono
predominante il tintinnio dei martelli sugli attrezzi d'acciaio e il brontolio
di qualche pistola ad aria compressa che preparava le "cognare" per tagliare le
pietre. Oggi si sente il rumore forte delle seghe diamantate e delle bocciarde
ad aria. Le cave si sono trasformate in moderni laboratori e gli ultimi
scalpellini rimasti lavorano altrove. Non potendo competere con i prezzi dei
laboratori che producono opere perfette, lo scalpellino può solamente lavorare
grazie all'intenditore che desidera qualcosa d'originale, oppure realizzando
cose che le macchine non possono fare come "opus incertum", pavimentazioni con
pietre spuntate, opere in facciavista, restauri su rustici rifacendosi a gli
originali. Nel periodo in cui s'udiva ancora il rumore dell'acciaio, dei "ponciotti"
e "giandini", in altre parole i ferri che servivano per tagliare e per rifilare
la pietra, erano ricavati spesso dall'acciaio degli assi dei camion. Tagliati,
forgiati, battuti e temperati, acquistavano i requisiti per essere utilizzati.
Le punte per la spuntatura ancora oggi sono delle verghe d'acciaio ottagonali di
17-18mm. di diametro che poi sono tagliate a pezzi, forgiate, battute e
temperate adeguando l'acciaio alla durezza della pietra. Gli scalpelli erano
dello stesso genere delle punte, solo che battuti a taglio. Ai giorni nostri i
pochi scalpellini rimasti utilizzano le punte temperate come una volta, e quelli
più bravi s'improvvisano fabbri forgiando, battendosele e temperandole secondo
la pietra da lavorare. I "giandini", scalpelli e bocciarde hanno ormai di solito
placche in vidial. I martelli utilizzati sono tipo mazzetta da 1 kg circa per i
lavori comuni, più piccoli ma con la stessa forma per fare alto-basso rilievo,
mazza da 5 kg circa per battere i "ponciotti" che tagliano le pietre. I manici
dei martelli, come da tradizione, sono fatti solitamente con legno di bagolaro (Celtis
Australis), visto le sue qualità di durezza ed elasticità. Vengono tagliati i
rami e lasciati riposare per un paio d'anni e poi lavorati secondo l'impugnatura
che si desidera.
Glossario di cava
Bocciardare: picchiare su una superficie di pietra con una placca rotonda
o quadrata. Le bocciarde hanno una placca di circa 4 x 4 cm, che secondo la
quantità di denti in essa contenuti, producono superfici grezze o fini. Possono
essere “a mano” oppure ad aria compressa. Quelle del tipo “a mano”, sono dei
martelli con una placca davanti di qualche cm quadrato con più o meno denti
(20-25), che picchiando sulla superficie la rendono meno scivolosa o in ogni
modo con la lavorazione cosiddetta “bocciardata”; del tipo “ad aria”, dei
“carrettini” trascinati con manico o addirittura macchine computerizzate ma
sempre con placche a vidial o diamantate. Una volta i dentini erano in acciaio,
temperati con abilità dal fabbro-scalpellino.
Cognara: fenditura verticale sulla pietra dalla lunghezza di 4 – 5 cm, e
larghezza di circa 1 cm, fatta con punte d’acciaio temperato per tagliare la
pietra. Secondo la dimensione del masso sono più o meno numerose a distanze
variabili: da qualche cm fino a mezzo metro l’una dall’altra. Una cognara ne
richiama un’altra e insieme determina un buon taglio. Possono essere eseguite a
mano scavate con il martello e la punta temperata, oppure con le pistole ad aria
compressa. Se si vuole tagliare una pietra di 30 centimetri, per esempio, non
serve fare una cognara di 5 cm, ma ne basta una, di soli 2 cm, fatta nel verso
giusto della pietra. La profondità della cognara è di circa 2-3 cm.
Facciavista: con questo termine è intesa una pietra lavorata con lo
spacco naturale. Ad esempio una pietra segata non è a facciavista, e nemmeno una
bocciardata o levigata. Un muro di pietre naturali, anche se “traguardato” è a
facciavista. Orrore nei lavori in facciavista: i segni delle cognare o dei
tagli!
Fuga: spazio di intonaco o malta di cemento o calce che unisce una pietra
all’altra. Una fuga può essere regolare o riempitiva questo dipende dalla
capacità di saper lavorare la pietra. Le fughe lunghe diventano “Corsi” e
raccontano lavori fatti in economia.
Giandino: attrezzo da usare a mano tipo scalpello, dalla placca con lo
spigolo ben definito, che serve per rifilare o spigolare pietre in facciavista.
Sono stati molto usati per rifilare selciati delle piazze, oppure per definire
gli spigoli degli angoli di pilastri o di cantonali. Può avere taglio massiccio
oppure gentile, dato dallo slancio del martello che lo picchia e dalla
sensibilità di chi lo usa. Ha creato fili dritti o dentellati, appunto secondo
le capacità di chi lo impugnava. In origine era d’acciaio temperato e battuto
soprattutto da scalpellini con qualità di fabbri. Era molto difficile per chi
non lo usava riuscire a crearlo su misura.Adesso gli ultimi scalpellini, usano
quelli con la placca in vidial.
Opus incertum: nel gergo viene anche detta “Opera incerta”. E’ uno stile
romanico di lavorazione della pietra dove le “ Fughe” non devono per rigore
essere lunghe ma discontinue. Sembra una lavorazione a ragnatela che lascia
intuire un’arte dove non contano i metri quadrati ma l’abilità nell’eseguirla.
Ponciotto: cilindro d’acciaio del diametro di circa 4-5 cm, e della
lunghezza di 8-10 cm, battuto e temperato a scalpello ma non tagliente, va posto
dentro la cognara e battuto in sequenza agli altri, finché il battito non cambia
suono, rompendo il masso. Una volta si adoperavano anche dei cunei in legno che
erano poi battuti nelle cognare, bagnati, e poi lasciati lì fino a quando il
legno crescendo, non sforzava al punto di tagliare la pietra.
Punta: cono ottagonale in acciaio del diametro di 18 mm; la lunghezza da
nuova è di circa 25 cm.Battuta e temperata a punta di quattro facce, serve per
la sgrossatura della pietra, e per fare le cognare.E’ uno degli attrezzi più
usati dallo scalpellino. Quelle delle pistole ad aria, sono più grosse e con gl’imbocchia
precisione.
Taglio di spalla: che segue la lunghezza verticale della venatura. Questo
sistema di tagliare la pietra, in particolare la trachite, può rendersi
necessario quando il masso si trova in alcune posizioni scomode ad altri tipi di
taglio. Non è l’ideale poiché l’esito dipende dalla venatura se è dritta o meno.
In questo caso si può verificare il taglio cosiddetto “ad uovo”. Questo dipende
anche dalla situazione climatica. Se è freddo e la pietra è ghiacciata il taglio
non segue il corso desiderato.
Taglio trincante: contrario alla venatura; che trancia orizzontalmente
alla venatura il masso, realizzando il più delle volte con la trachite,
sagomature perfette. Il taglio trincante è utilizzato per tagliare pietre che
sono poi lavorate a facciavista. E’ chiamato anche “taglio di testa”.
Traguardo: termine usato per definire un piano. Nella pietra grezza il
“Traguardo” consiste nello spigolare i bordi in modo siano perfettamente in
linea con l’altro lato e si possano congiungere senza scalini o differenze. Per
“Traguardare” gli scalpellini usano verghe di ferro diritte che insieme
all’occhio sensibile determinano le differenze da aggiustare.In questo modo i
muri o lavori “Opus incertum” sono lineari e ben lavorati.
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